Malattia professionale INAIL: il riconoscimento negato, le soglie invisibili e il rischio di restare fuori dal lavoro
- Avv Aldo Lucarelli
- 12 minuti fa
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C’è una zona grigia di cui si parla troppo poco: il lavoratore si ammala per il lavoro, presenta domanda all’INAIL, entra in una procedura tecnica, medica e amministrativa, ma alla fine può trovarsi davanti a tre muri contemporaneamente.
Il primo è il mancato riconoscimento della malattia professionale. Il secondo è la percentuale di danno biologico riconosciuta, spesso decisiva per ottenere o perdere l’indennizzo. Il terzo, ancora più esplosivo, è il futuro lavorativo: perché una patologia riconosciuta o anche solo accertata può aprire il problema dell’idoneità alla mansione, con il rischio concreto di non poter più svolgere il lavoro di prima.
La malattia professionale non esplode in un giorno: consuma il lavoratore nel tempo, e proprio per questo è più difficile da provare.
La procedura parte dal certificato medico e dalla denuncia. Il lavoratore deve denunciare la malattia professionale al datore di lavoro entro 15 giorni dalla manifestazione, comunicando anche i riferimenti del certificato; il datore deve poi trasmettere telematicamente la denuncia all’INAIL entro cinque giorni, senza sostituirsi all’Istituto nella valutazione del caso. (Ministero del Lavoro)
Da lì inizia la vera battaglia: nesso causale, mansioni svolte, esposizione al rischio, cartelle cliniche, visite, documenti aziendali, DVR, sorveglianza sanitaria, certificazioni specialistiche. Se la malattia è tabellata, il percorso probatorio può essere più favorevole; se non lo è, il lavoratore deve costruire con ancora più forza la prova del legame tra lavoro e patologia.
Quando arriva il provvedimento INAIL, il problema non è solo “sì” o “no”. A volte l’Istituto riconosce la malattia ma attribuisce una percentuale troppo bassa. Ed è qui che entrano in gioco le soglie: sotto il 6% non c’è indennizzo per danno biologico; dal 6% al 15% l’indennizzo è in capitale; dal 16% al 100% si apre la strada alla rendita per menomazione psicofisica e patrimoniale. (Inail.it)
Un punto percentuale può cambiare tutto: tra 5%, 6%, 15% e 16% non c’è solo medicina legale, c’è reddito, dignità, futuro.
Se il lavoratore non accetta la valutazione, può presentare opposizione amministrativa.
L’istanza deve indicare i dati del caso, il provvedimento contestato, le ragioni dell’opposizione e deve essere sostenuta da documentazione medica utile; INAIL precisa che il lavoratore può farsi assistere da un patronato e che il procedimento di opposizione si considera concluso in 150 giorni, o 210 giorni nelle revisioni. (Inail.it)

Se l’opposizione viene rigettata o l’esito resta insoddisfacente, si passa al ricorso giudiziale davanti al Tribunale del lavoro, con l’assistenza di un avvocato. Il termine di prescrizione indicato da INAIL è di tre anni e 150 giorni, elevato a 210 giorni per le revisioni; per la malattia professionale la decorrenza concreta va valutata con attenzione perché spesso ruota intorno alla manifestazione o conoscibilità della tecnopatia. (Inail.it)
Ma il punto più delicato è un altro: vincere contro INAIL non significa automaticamente “tornare come prima”.
Se la malattia incide sulla capacità di svolgere la mansione, può intervenire il giudizio del medico competente: idoneità, idoneità con limitazioni, inidoneità temporanea o permanente. Contro quel giudizio il lavoratore o il datore possono proporre ricorso entro 30 giorni all’organo di vigilanza territorialmente competente. (ATS Milano)
Il paradosso è feroce: il lavoratore deve dimostrare che il lavoro lo ha danneggiato, ma poi può sentirsi dire che proprio per quel danno non è più adatto a lavorare lì.
Il datore di lavoro, in caso di inidoneità alla mansione specifica, non può limitarsi a chiudere la partita. Deve attuare le misure indicate dal medico competente e, ove possibile, adibire il lavoratore a mansioni equivalenti o, in difetto, inferiori, garantendo il trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza. (Tussl)
Ecco perché il ricorso per malattia professionale non va trattato come una pratica qualunque. È una strategia. Serve una linea coerente tra medico legale, patronato, avvocato, documentazione aziendale e tutela del posto di lavoro. Bisogna contestare il diniego, ma anche prevenire l’effetto boomerang dell’idoneità. Bisogna chiedere il riconoscimento, ma anche proteggere il futuro lavorativo.
Perché la vera domanda non è solo: “L’INAIL riconoscerà la malattia?”
La vera domanda è:
“Dopo il riconoscimento, il lavoratore avrà ancora un posto, una mansione compatibile, un reddito, una prospettiva?”
Ed è qui che la malattia professionale smette di essere una semplice pratica previdenziale e diventa una battaglia sul confine tra salute, lavoro e giustizia.
avv Aldo Lucarelli
















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